Ignazio appartiene a quella "Razza" che la scultura la fa per forza di levare.
Scultori che oltre alla sensibilità ed intelligenza, mettono in confronto forza e fatica,
calli e sudore. Razza in via d'estinzione, se ci guardiamo attorno troviamo ben pochi
esemplari in circolazione. La materia di questa scultura, pietra o granito che sia, ha una
propria forza o anima con la quale bisogna entrare in sintonia, bisogna "viverla" per cavarne
qualcosa di buono. Ignazio lo sa bene avendo frequentato tanti Picasass Viggiutesi (una
schiera ancora incredibilmente numerosa e affascinante) che della pietra conoscono tutti i
segreti e ne parlano trasognati come di figli o di amanti.
Nel suo studio, meglio nel suo "laboratorio" li a due passi dalle cave di pietra di Viggiù,
Ignazio mi mostra ogni tanto il suo lavoro. Non spreca mai molte parole, è abituato a fare
non a dire, va subito al "sodo".Guardandomi un pò in tralice aspetta le mie reazione, poi pian piano si rilassa, allora
parliamo. Parliamo dei valori della materia, di come si legga il tempo del granito nei
millenni e nella più giovane pietra.
Di come debba muoversi lo scalpello per seguire la vena, di come vive efreme un piano
finito col ferro, di come invece un volume polito e lucidato si fa incontro all'atmosfera.
Passano nei nostri discorsi Moore e Marini, ma anche Wotruba e Giacometti referenti della
ricerca di Ignazio.
Anche lui a scelto la figura umana come tema della ricerca, un'architettura umana nella quale
leggere le forze nascoste della vita, i ritmi segreti del tempo, la dimensione inafferrabile dei
sentimenti. E, poi rivivere un senso affascinato dello spazio, riconoscersi in una forma
conclusa, nella concrezione plastica del volume, nel gioco serrato dei pieni e dei vuoti.
Questo è il senso profondo del fare scultura ed è quello che Ignazio fa con risultati che si
vanno facendo sempre più consistenti.
Gottardo Ortelli, Milano 1987.